18 Febbraio 2009
di Rosy Bindi

Avevo chiesto a Walter di ritirare le sue dimissioni, ma apprezzo le parole con cui le ha confermate. Parole sincere e generose, di lealtà e fiducia nel Pd. Un progetto che deve continuare a vivere. Anch’io sono convinta che non si possa e non si debba tornare indietro. Le sconfitte e le difficoltà di questi mesi non dimostrano affatto, come sostengono i nostri avversari, che il Partito democratico è un progetto impossibile, un sogno velleitario, una prospettiva sbagliata. Non possiamo giudicare la sua bontà sul breve tratto di strada percorso fino ad oggi.
Il Pd è ancora troppo giovane e io non sono disponibile a decretarne una fine prematura. Le ragioni della nostra scommessa restano intatte. Anzi, sono semmai rafforzate dalla crisi mondiale e dalla capacità espansiva del berlusconismo che è giunto a maturazione e ora tiene insieme i tanti volti delle destra italiana. Con ragione Veltroni sostiene che il Pd è nato tardi, che avrebbe dovuto prendere il largo subito dopo la vittoria di Prodi nel ‘96, accelerando il passaggio dell’Ulivo da coalizione elettorale a nuovo soggetto politico. Peccato però che la sua candidatura alle primarie del 2007 si sia collocata sotto il segno della discontinuità anziché del compimento, e che la vocazione maggioritaria sia stata presentata in contrapposizione all’Ulivo. E vi è stata anche una pretesa di unanimità preventiva che ha mascherato le divergenze di impostazione e di prospettiva dei suoi grandi elettori.
E’ stato l’unanimismo di facciata che ha di fatto compromesso la costruzione di una vera unità politica. Si è chiuso repentinamente il cantiere democratico e nel Pd si è riprodotta la competizione tra gruppi e fazioni che scandiva la vita interna dei due partiti fondatori. La pluralità delle idee è una ricchezza e non può essere vissuta come dissenso. Il problema è rappresentato dal fatto che non si è mai aperto un dibattito franco, aperto, legittimo, salutare, e le idee diverse sono diventate strumento di erosione della leadership e sono state vissute come lesa maestà! E’ invece possibile realizzare una vera unità solo a partire da una sintesi condivisa delle diverse posizioni. E’ un esercizio di responsabilità più paziente e forse più faticoso, ma è il solo che può determinare quel nuovo modo di fare politica che è anche una delle missioni storiche del Pd.
Ora che il segretario si è dimesso sarebbe davvero grave riprodurre gli stessi errori e aprire una nuova competizione senza avere prima maturato il necessario confronto programmatico. Comprendo lo smarrimento di tanti militanti ed elettori. La tentazione di uscire dall’angolo con una sorta di ultimo redde rationem, con una nuova accelerazione che faccia piazza pulita dell’attuale classe dirigente. Credo che questa tentazione vada respinta e che occorra per una volta riprendere con serietà e determinazione, nel rispetto delle procedure previste dallo Statuto, il percorso paziente e impegnativo di costruzione del Pd. Non si tratta di temporeggiare. Al contrario, di determinare con la necessaria razionalità la rotta dei prossimi mesi.
La convocazione sabato prossimo dell’Assemblea costituente è già un’indicazione importante, la parola torna nella sede ad oggi più rappresentativa della pluralità del nostro partito. Lì decideremo se aprire subito la fase congressuale e avviare una nuova conta interna o se eleggere un segretario di transizione che guidi il partito nei pochi mesi che ci separano dalle amministrative e dalle europee, fissando una data ravvicinata per il congresso. Per quanto mi riguarda penso che questa sia la soluzione migliore, avendo presente la realtà dei fatti. Nel partito è ancora in corso il tesseramento, vanno preparate le candidature, definiti i programmi elettorali per comuni e province, avanzata una proposta per le europee.
C’è davvero molto da fare se non vogliamo consegnare il governo di alcune grandi città e di altre amministrazioni alla destra. Eleggere all’assemblea costituente un segretario ponte risponde da un lato all’esigenza di avere un centro di responsabilità politica chiara e dall’altro di definire il percorso certo di un congresso vero, capace di mobilitare una larga partecipazione popolare nel confronto sul profilo programmatico del partito e del nuovo segretario. Le primarie sono una nostra carta d’identità, non possiamo sciuparla un’altra volta.